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Post n° 16 – Musica in metamorfosi con Veniero Rizzardi e Mauro Lanza 4/12

Andrea Liberovici: Ieri mi sembrava ci fossimo un po’ arenati con la conta dei generi musicali, ma attenzione, nella notte, grazie a Michele, nerd micidiale capace di scovare depositi di generi nel sottobosco del web, abbiamo oltrepassato, seppur di poco, il migliaio di generi. Per l’esattezza siamo a quota 1700 generi musicali. 1700 generi musicali che ci verranno parzialmente e pazientemente elencati dai nostri due ormai celebri Hänsel e Gretel, ovvero Sofia e Jan, che nel bosco del web si sanno muovere bene e che stanno arrivando…

Hänsel e Gretel: New Orleans, Latin Jazz, Modal Jazz, Black Music, Blues, Soul Music, Smooth Jazz, Rock Time, Western Rock, Musica da film…

A.L.: Buonasera, mi chiamo Andrea Liberovici e faccio il compositore e il regista di teatro. Facendo due professioni così apparentemente diverse, mentre per me sono la stessa cosa, quando qualcuno mi chiede che lavoro faccio, ricorro alla geniale definizione del mio ex amministratore di condominio. “Liberovici, lei è un registra”, e, in qualità di registra, ho registrato una serie di dialoghi intorno a una domanda. Questa proliferazione di generi musicali di inizio millennio è il segnale di una democrazia in ottima forma o, forse, è il sintomo di una metamorfosi delle arti acustiche che, prima o poi, apparirà all’improvviso?

Musica

A.L.: Nella trasmissione di stasera saremo in tre. C’è una competenza e una professionalità in più, ovvero il musicologo, a cui rivolgo subito la riflessione di Gillo Dorfles già utilizzata in precedenza e che mi piace riutilizzare un po’ come fosse un minuscolo omaggio al maestro da poco scomparso. Dorfles ci dice, a proposito delle arti visive, ma credo sia tranquillamente applicabile alle arti acustiche, che ci troviamo di fronte a isole linguistiche chiuse dentro ad uno specifico idioma, utilizzato sovente, non come sapere condiviso, ma come forma di potere. Il nostro musicologo Veniero Rizzardi che ne pensa?

Veniero Rizzardi: Dorfles dice che c’è una tendenza a settorializzare. I linguaggi si settorializzano un po’ da soli, gli artisti tendono a settorializzarsi e usare questo loro privilegio come potere. Io trovo che l’effetto descritto sia quello che effettivamente accade, ma penso che sia molto maggiore la responsabilità di chi media le esperienze artistiche con il pubblico, qualunque cosa noi intendiamo per pubblico, consapevoli che il pubblico non è uno solo così come non è una sola la musica. C’è la mediazione culturale, in un certo senso errata, un po’ per autoritarismo e un po’ per mercantilismo, o tutte e due insieme, che inibiscono un flusso più regolare e più trasparente tra quella che è l’esperienza dell’artista e l’esperienza di chi, teoricamente, dovrebbe fruire di queste opere. Questo lo dico in modo molto generico, ma c’è un linguaggio che tende a intimidire, e c’è anche un linguaggio che tende, appunto, a isolare e a rafforzare questa tendenza autoritaria come denunciato da Dorfles. Se vuoi possiamo fare un salto verso questo problema, che in realtà è anche una risorsa, che è quella dell’abbattimento delle barriere, di genere, di alto e di basso, ecc… Se uno prende certa stampa specializzata che si occupa di musica improvvisata, o di elettronica nel senso che si usa oggi, che può voler dire tante cose, si nota una tendenza alla costituzione, al mantenimento di nicchie, in cui il giornalista, il critico musicale, è sacerdote di una piccola chiesa in cui il pubblico di nicchia è felice di rinchiudersi semplicemente perché si riconoscono tra loro. È un tipo di adesione tribale a un oggetto musicale che è nato con tutt’altri fini. Questo per esempio lo si vede molto nel momento attuale, recente, e lo si vede su molti generi. Un genere tipico di questo fenomeno è tutto quello che va sotto il nome di noise, oppure un certo free-improvvisation, oppure tutto quello che ha a che fare con l’elettronica analogica che è molto di moda. È chiaro che questi fenomeni sono molto legati a consumi giovanili che sono molto transeunti, sono molto effimeri, però si rigenerano in continuazione e occupano territori che non erano stati occupati prima. Da una parte dico che secondo me c’è un problema proprio di mediazione culturale e di competenza degli operatori. Un critico o un parlatore di musica può essere magari molto studiato, molto informato, ma anche nello stesso tempo molto superficialmente sulle caratteristiche, e sulla fattura di determinate musiche, ma ciò che è importante è che abbia sotto controllo tutto il territorio occupato da quelle musiche, e che comunichi al suo affezionato pubblico questo senso di comunità, questo senso di tribù, di soggetti che si riconoscono simbolicamente in quella cosa lì, magari anche a prescindere dalle caratteristiche specifiche di quel tipo di musica, che si tratti di noise o di elettronica analogica.

Musica

A.L.: Stiamo ascoltando Dialog – No Dialog di Hanna Kinnunen e Pierre Jodlowski.

Musica

V.R.: Io faccio sempre un confronto tra i consumi culturali in ambito musicale tipici degli anni 70, periodo di slanci utopistici, di trasformazioni. Anche chi non aveva una coscienza particolarmente sviluppata in senso politico o parapolitico, come ad esempio il tipico consumatore di musica rock, tendeva ad andare incontro a qualcosa che non conosceva. C’era un’ansia di affezionarsi a qualche cosa che non era ancora stato fatto, non era ancora stato suonato, inventato ecc… Se noi trasponiamo la situazione dell’ascoltatore inesperto totalmente affettivo, consumatore di popular music, trenta o quarant’anni dopo, la sua tendenza è quella di consumare qualcosa che conosce già. È per questo che anche il discorso delle nicchie e degli identitarismi vuol dire che tu cerchi qualche cosa che conferma quello che già hai dentro di te, ma non cerchi qualche cosa che ti può eventualmente spingere oltre. Non stiamo parlando di esperienze estetiche di grande consapevolezza, con un retroterra culturale particolarmente sofisticato, ma delle esperienze di chiunque, del giovane medio. Negli anni settanta si aveva ansia e si aveva passione nello scoprire qualche cosa che non si era ancora ascoltato. Adesso è totalmente l’opposto, al punto che c’è una coscienza di questo scarto culturale e storico, perché il ventenne di oggi, e di questo me ne accorgo quando parlo con gli studenti quindi non è una percezione astratta, è completamente preso dal fascino di un’epoca mediata dai racconti dei genitori, dei nonni, un’epoca di trasformazione, di slancio, un’epoca di utopie, buone o cattive che fossero, ma comunque un’epoca di grande tensione verso qualcos’altro. Naturalmente tutto questo viene rivissuto attraverso il consumo di materiale riprodotto di quegli anni lì. Se noi ascoltiamo un disco degli anni trenta è irrimediabilmente consegnato alla sua epoca perché la banda passante è molto stretta, c’è il rumore di fondo, il graffio dei 78 giri e quindi è irrecuperabile, è un bianco e nero che non puoi colorare. Mentre se ascolti gli The WhoFrank Zappa o Jimi Hendrix o gli Stones ecc…, tu hai una definizione del suono che tutto sommato puoi scambiare per delle cose che si fanno anche adesso.

Musica

Mauro Lanza

A.L.: Stiamo ascoltando, del compositore Mauro Lanza con cui stiamo per dialogare, The skin of the onionper flauto, clarinetto, violino, violoncello, pianoforte e percussioni, eseguito dall’ensemble Alternance. Propongo anche a lui, quindi, la riflessione di Gillo Dorfles, e questo censimento che ad oggi ci dà 1700 generi musicali diversi. Tra questi 1700 generi musicali, i saturisti chi sono, cosa vogliono, cosa ci dicono i saturisti?

Mauro Lanza: Esistono tutta una serie di ecosistemi, che però non è che siano direttamente legati ad esperienze estetiche, cioè c’è chi ha giocato sul fatto di creare un brand con quello che faceva, come l’esempio cha hai appena fatto della saturazione. Quella è una volontà manifesta di tre persone che si sono messe insieme e hanno brandizzato quello che facevano. In un certo senso, il fatto di brandizzare alcune tendenze non è stato un semplice gesto commerciale, ma è stata anche una formalizzazione di questa cosa, cioè i saturisti hanno creato quel tipo di estetica, o l’hanno presa in prestito da un altro mondo, perché nel mondo della scrittura quel tipo di estetica non si conosceva, mentre nel mondo dell’improvvisazione si. Per il resto, il fatto della libertà all’interno di tutti questi ambienti che ci sono è perché la libertà è grande e se viene a mancare è per una semplice autocensura dei compositori, degli artisti che partecipano a questi differenti ecosistemi, ma in realtà nessuno vieta di fare qualcosa.

Musica

M.L. : Diciamo che fra l’altro, io, per la mia storia personale, proprio per ragioni anagrafiche, sono nato a cavallo fra due epoche. Ho assistito ancora ad un momento in cui le linee di forza, le linee principali erano due o tre, non di più. Nel momento in cui sono partito e sono arrivato in Francia, c’erano i post-spettrali e i post-seriali. In Italia c’erano i post-donatoniani e c’erano quelli che avevano un po’ più di sensibilità per il fatto timbrico, per cui erano più vicini a Salvatore Sciarrino e c’era poco altro. In realtà c’erano tanti altri diversi fenomeni, ma le linee principali erano quelle. Adesso si sta verificando qualcosa di veramente diverso. Credo che in parte questa cosa sia dovuta anche al fatto che il meccanismo della musica contemporanea si stia sgretolando per ragioni finanziarie. I soldi sono sempre meno e c’è sempre più una maggiore volontà di autoprodursi, in qualche modo. Ci sono tanti più ensemble giovani che cercano di mescolare un po’ i diversi fattori anche utilizzando elementi scenici come il video e l’elettronica. Se penso a tutti i giovani compositori nati dopo gli anni ottanta in Germania mi risulta difficile pensare che vadano ad un concerto e sentano solo musica. Sono sempre cose con video, pseudo installative e diciamo che io ho un po’ un piede di qua e un po’ un piede di là: sono nato in una generazione di mezzo. Mi capita tutt’ora di scrivere pezzi su commissione, pura musica strumentale, ad esempio quello che sto facendo in questi giorni, e poi di lavorare su progetti che sono un po’ più off, tra virgolette. Soprattutto in Germania assisto sempre di più ad una divisione fra quello che si può chiamare nuova musica e musica classica contemporanea, che è un ossimoro. In realtà non lo è più perché è un genere.

Musica

M.L.: Stiamo attraversando un’epoca di grande razionalizzazione, cioè tutto viene incasellato in delle caselle ben precise. Secondo me è anche un fatto puramente tecnico e questo è lo strapotere dell’idea di parola chiave, che c’è dappertutto. Uno fa un saggio e devi mettere delle parole chiave, fai un post su facebook e devi mettere gli hashtag che sono delle parole chiave. È un fatto puramente tecnico perché è più facile per una macchina reperire delle parole chiave. Questa cosa è stata un cambiamento quasi antropologico. Quello che poteva sembrare una sclerotizzazione, in qualche modo, un incasellamento in tante caselle, siccome le caselle si stanno moltiplicando all’infinito, il fenomeno non è più tale.

… continua via radio a questo link: Musica in Metamorfosi 04

alla prossima puntata!

Ringrazio Armando Ianniello per l’aiuto nella trascrizione

Andrea Liberovici – Veniero Rizzardi – Mauro Lanza

Articolo originale su glistatigenerali.com

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