FAUST E IL PATTO CON IL DIAVOLO
Conversazione con Andrea Liberovici, a cura di Aldo Viganò
Faust, dal mio punto di vista, è un uomo, non una creazione della fantasia, e come tale ha scelto un suo percorso di apparente conoscenza. Apparente perché di fatto lo studio, ovvero la ragione della sua vita prima dell’incontro con Mefistofele, lo mantiene lontano, e in qualche modo lo tutela, dal reale. Anche se ovviamente la qualità delle informazioni apprese è diversa, non credo ci sia differenza nel meccanismo psicologico che spinge l’intellettuale a passare la sua vita fra i libri e l’uomo che la fa passare davanti a una televisione. Ognuno di noi sceglie più o meno liberamente la propria anestesia travestendola consciamente o meno da passione e da assoluta verità fino al giorno in cui non appare, come “incidente” nel nostro mondo, Mefistofele.

Come è nato questo Urfaust?
Quando abbiamo iniziato a progettare lo spettacolo, mi sono messo subito a leggere molte cose intorno al testo e al suo autore, ma poi – come del resto faccio sempre- ho lasciato che le idee sedimentassero in suoni e immagini. Definito il contenitore teatrale come uno spazio vuoto, vagamente shakeaspeariano, sono così emersi nella mia mente soprattutto due oggetti (che sono poi gli unici presenti sul palcoscenico): ovvero, il cofanetto con i gioielli e il mazzo di margherite. Se il primo mi è sembrato essere il segno in cui sintetizzare la cultura, la ragione e il capitale, cioè tutto ciò che muovendo da un processo intellettuale diventa poi struttura socio-economica; il secondo mi è parso funzionale a parlare della natura, con tutto quanto a questo può essere riccondotto: l’amore, gli impulsi, la fantasia.

Che relazione hanno questi oggetti con l’opera di Goethe?
Oltre a esservi concretamente presenti nel racconto, credo che vi abbiano anche una forte valenza metaforica, poiché mi sembra che al centro della riflessione artistica di Goethe stia sempre il conflitto tra la ragione, attraverso la quale gli uomini creano il proprio demone, e la natura, nella sua logica precisa e inafferrabile. Quegli oggetti, comunque, mi sono teatralmente serviti come segni precisi per avviare il percorso lungo il quale ho iniziato poi a dedurre la realtà teatrale dei personaggi.

Iniziamo da Faust: chi è e cosa vuole costui nel vostro spettacolo?
Alla base delle scelte fatte , sta la decisione che la giovinezza richiesta da Faust a Mefistofele sia quella dell’anima e non del corpo. Mi è sembrato infatti legittimo leggere in Goethe che Faust, anche quando diventa giovane, continua a parlare come un uomo anziano che attraverso la cultura sa interpretare tutti i segni che gli offre l’amore. E in questo sta insieme la sua gioia e la sua disperazione. Nessun lifting teatrale o tanto meno nessuna sostituzione d’interprete ( prima vecchio e poi giovane, come sovente si fa nel rappresentare il Faust), perché quella che soprattutto mi interessa raccontare è la storia di un uomo di mezza età , dedito sino allora allo studio, che scopre la giovinezza attraverso lo specchio di Mefistofele, suo alter ego, dal quale emergono zone di sé che egli non aveva mai incontrato. Faust scopre di aver sempre confuso la sapienza con la felicità, il cofanetto con le margherite, e pertanto vuole ora viverne autenticamente la sintesi.

Ma perché fallisce nel suo intento?
Innamorandosi di Mergherita, cioè del candore naturale e dell’ingenuità della giovinezza che aveva sino allora rimosso, Faust finisce col trovarsi inesorabilmente fuori natura, e da uomo intelligente quale è ben presto se ne accorge. Questa disarmonia è la sua tragedia; se Faust guinge ad uccidere Margherita è proprio perché la sua ragione si rivela assolutamente disarmonica rispetto a quell’amore.

In Goethe, però, tutto ciò avviene nel contesto di una forte riflessione teologica.

Più nel Faust che nell’Urfaust, comunque; anche se è vero che la nostra rappresentazione non parla di teologia o lo fa solo in una forma molto mediata.

Cioè?
Interrogandomi sul senso della divinità oggi, mi è parso di individuarla soprattutto nella visione. Da qui nasce la struttura dello spettacolo in cui l’immagine tecnologica non è mai solo illustrazione del dato, ma tende ad assumere una funzione narrativa essenziale, facendo perte integrante del racconto. L’occhio del “Dio” contemporaneo, una telecamera live in scena, riprenderà come un reality, la morte di Margherita, ovvero la morte del candore.

Questo è valido anche per la musica?
In un certo senso credo di si, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzazione di temi musicali classici (Berlioz, Gounod, Beethoven, Mahler, ecc.) che metto in scena in funzione prevalentemente melò e in contrapposizione con le motivazioni molto concrete e alle battute terrigne pronunciate da Faust e dagli altri personaggi.

Qual è la componente teatrale portante di Mefistofele?
Moltiplicandosi nelle voci dei personaggi che evoca e imita, Mefistofele dà forma cooncreta all’intuizione originale di Goethe, che vide per la prima volta il Faust rappresentato dal teatro delle marionette. Tutto il nostro spettacolo è pensato come una possibilità di “puppenspiel” visto dagli occhi di un bambino, non solo per le tante marionette che sono in scena, ma soprattutto perché per mediazione storica queste finiscono con l’avere la stessa funzione che oggi ha il video: sono forme sintetiche che, proprio come il video, hanno tra l’altro la caratteristica di sopravvivere a chi le ha create.

Che funzione ha Marta in tutta questa storia?
Se il tema centrale dello spettacolo è il viaggio di Faust (e del suo doppio) all’interno della conoscenza di sé e alla ricerca di una impossibile innocenza perduta (la distruzione di Margherita), Marta vi svolge di fatto il ruolo del senso della realtà: Marta è l’altro, è la vita nella sua concretezza.

È anche un Faust carnale?
Marta è insieme Faust e Mefistofele: tenta ed è tentata, è l’essere umano che vive senza squilibri. È l’ago della bilancia esistenziale.

Che cosa ti piacerebbe si portasse a casa il lo spettatore del tuo Urfaust?
In sintesi, il dramma della modernità. Faust rimuove la vita attraverso la cultura, come altri lo fanno oggi con la televisione. Ma a lui, come a tutti noi, capita il momento con cui fare i conti con la realtà. Un incidente, l’incontro con Mefistofele, e tutto cambia. In una società tendenzialmente anestetizzata, la rivelazione di questa possibilità di incidente, tipica del teatro, diventa subito un fatto innovativo. Ecco, mi piacerebbe che lo spettatore si portasse a casa la domanda di quanto Faust sia in lui e nel suo modo di vivere, quanto la natura (Margherita) sia lontana dai suoi ritmi esistenziali. Sarebbe un grande risultato, un modo per dare senso al nostro fare teatro.