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URFAUST: NOTE DI REGIA

Lo spettacolo, seguendo il filone inaugurato con grande fortuna dallo stesso Liberovici con Candido tratto da Voltaire, si avvale di un mix di prosa, musica e apporti multimediali.

         Con Urfaust Andrea Liberovici sperimenta un percorso di traduzione dal romanticismo tedesco alla sensibilità del presente. La scena conterrà di base due elementi: un grande teatrino di marionette come studio ed ambiente generale di Faust ed un fondale neutro, che servirà ad accogliere immagini e altri personaggi questa volta virtuali. Si tratterà di una sorta di teatro-film-musical-racconto che tende a inseguire ancora una volta il romanticissimo sogno tedesco.

Alla vigilia dell’inizio delle prove dello spettacolo che debutterà al Festival di Borgio Verezzi l’8 luglio, con repliche il 9 e il 10, e verrà poi ripreso nella stagione 2005-2006, annota Andrea Liberovici:

«Faust, dal mio punto di vista, è un uomo, non una creazione della fantasia, e come tale ha scelto un suo percorso di apparente conoscenza. Apparente perché di fatto lo studio, ovvero la ragione della sua vita prima dell’incontro con Mefistofele, lo mantiene, e in qualche modo lo tutela, dal reale. Anche se ovviamente la qualità delle informazioni apprese è diversa, non credo ci sia differenza nel meccanismo psicologico che spinge l’intellettuale a passare la sua vita fra i libri e l’uomo che la fa passare davanti ad una televisione. Ognuno di noi sceglie più o meno liberamente la propria anestesia travestendola consciamente o meno da passione e da assoluta verità fino al giorno in cui non appare, come “incidente” nel nostro mondo Mefistofele. Da uomo laico non ho mai creduto al diavolo. Credo invece nell’incognita che può distruggere e trasformare le nostre “passioni” e convinzioni legata al mistero del vivere che cerchiamo costantemente di rimuovere o sondare attraverso la logica. Questa incognita che, a seconda di come siamo fatti, si manifesta ad un certo punto della nostra vita, questo appuntamento a cui sappiamo di dover recarci prima o poi, altro non è che un appuntamento con la parte di noi stessi meno conosciuta. Per questa ragione Mefistofele, nella mia idea è il doppio di Faust. È Faust giovane, il Faust rimosso da Faust stesso. È il Faust che trascina Faust fuori dal suo studio e lo precipita nella passione e nella ricerca del senso del vivere attraverso il confronto con la vita e non con la sua sublimazione. Margherita diventa di conseguenza strumento utilizzato da Faust per accedere alla conoscenza della sua stessa fragilità. L’amore, come spesso accade non è altro che il ritrovamento di uno specchio in cui guardarsi. Faust osserva il suo candore perduto e, straziato dalla visione di questa perdita lo uccide. In tutto questo percorso di conoscenza Marta è in qualche modo il senso comune, il ventre, la generatrice del secondo incontro su cui si sviluppa il plot. Marta è l’oggettivo, la terra, il visibile, come la Lattaia di Vermeer è illuminata da una luce incontaminata e limpida , non c’è nessun problema di rimozione del reale in lei, fa la sua lotta attraverso le avversità della vita semplicemente accettandole ed affrontandole…come una piccola foglia».

Andrea Liberovici