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Presentazione Operetta in Nero

Prodotto dal Teatro Stabile di Genova, Operetta in nero potrebbe – suggerisce l’autore e regista Andrea Liberovici – portare il sottotitolo “otto variazioni sulla parola Mephisto”. Composto di otto scene dal dichiarato andamento musicale, il testo mescola con molta libertà, suggestioni derivanti dal Tamerlano di Christopher Marlowe con quelle provenienti dall’Urfaust di Goethe (a sua volta debitore del Faust di Marlowe). Il Male vi è sempre presente (impersonificato da un mefisto in un inquietante abito talare) nella autodefinizione che Goethe mette in bocca al suo Diavolo tentatore: «Sono una parte di quella forza che vuole sempre il male e produce sempre il bene». È davvero possibile questa sintesi tra due opposti? Come dice Liberovici, Operetta in nero è anche un tentativo di rispondere a questa domanda.

In un mondo futuro in cui ogni diritto umano, dignità, rispetto della vita sono stati calpestati da un capitalismo selvaggio, privo di regole, si è verificata una inevitabile catastrofe. Ci sono soltanto due sopravvissuti: il Generale, un vecchio dittatore mediatico delle guerre democratiche, e Bolla, un ragazzino drogato di tecnologia e informazioni ma privo di una qualsiasi educazione sentimentale di base. Soli, in un rifugio a loro inizialmente sconosciuto, cominciano inevitabilmente a confrontarsi. S’intrecciano così memorie personali e memorie di quel mondo esploso con gli aspetti tragici e grotteschi del loro presente estremo, senza più futuro. Sospesa vicino a loro Shadow/Mephisto, ombra, memoria e coro, canta senza esser vista e ascoltata, la cultura e gli imperativi di quel capitalismo selvaggio, che li ha portati a quel disastro e confinati in quel luogo.

Andrea Liberovici racconta a modo suo (tra musica, teatro di prosa e suggestioni visive) questa storia “diabolica”, chiamando in causa, accanto a due attori formatisi sui palcoscenici dello Stabile (Vito Saccinto e Federico Vanni), anche una cantante americana (Helga Davis) cresciuta alla scuola di Robert Wilson. E lo racconta in un luogo magico e misterioso, mentre fuori piove senza sosta: un luogo che si rivela essere un palcoscenico, antica culla della conoscenza, fatiscente ma “caldo”. Un luogo popolato da presenze e voci. Uno spazio esistenziale, nel quale i due protagonisti giungono infine a una liberatoria agnizione, al riconoscimento di una reciproca umanità.