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Post n° 6 – da “L’amore può esser cieco ma non sordo“ (I parte)

 da “L’amore può esser cieco ma non sordo“

Il silenzio / penetra nella roccia / un canto di cicale

M.Basho

 Basho
Preludio
“I suoni più comuni e dozzinali, come l’abbaiare di un cane, a delle orecchie fresche e sane producono lo stesso effetto della musica più rara. Dipende dal proprio appetito per il suono.”

H.D.Thoreau, Journal, 27 dicembre 1857

H.D.Thoreau

H.D.Thoreau

Toccata
Quando ti occupi di un suono in quanto suono, in quanto pensiero limitato e tuttavia infinito, per parafrasare Einstein, si presentano spontaneamente nuove idee, che vogliono essere definite, esplorate, che hanno bisogno di una mente consapevole di stare entrando in un mondo vivente, non in un mondo morto. M.Feldman, “Conversazioni senza Stravinskij“ da Pensieri verticali

Feldman

M.Feldman

Quand’ero piccolo, quando la mia altezza era nettamente al di sotto dei 60 cm., ero molto più saggio di ora. Utilizzando una mia personale grammatica dei suoni, intrecciata come l’ordito di un tessuto alla trama di quello che, più tardi, avrei imparato a chiamare silenzio, parlavo giornate intere con nuvole, foglie, formiche, vento… ed ero preso in serissima considerazione. Dirò di più, ma resti fra noi: a volte mi rispondevano. Non avendo ancora frequentato gli specchi, privo d’ogni illusoria scissione fra me e il mondo, non essendo ancora inciampato nei bau bau culturali delle ambizioni e solitudini vivevo semplicemente a tempo e soprattutto: nel tempo. Né prima né dopo. Consapevole, pur senza saperlo, d’essere organico, piccola rotellina (s)dentata, del grande meccanismo vivente della causalità udibile e inaudibile, visibile e invisibile faustianamente parte di quel tutto. Così, con naturale gioia (la gioia originale in assenza di peccato) ero nel perfetto equilibrio armonico con me stesso e l’ambiente (ovvero l’altro me stesso) all’interno della continua variazione e trasformazione delle frequenze sonore di Cronos. Di quel periodo, di quando misuravo radicalmente meno di 60 cm., non ricordo infatti la Paura. Ricordo i suoni, e le azioni che ne derivavano, il guardare negli occhi, a quattro zampe i miei simili…gatti, lucertole, fili d’erba. Giusto per portare un esempio concreto delle molteplici attività e relazioni che intrattenevo in quel periodo di polifonia in-cantata, avevo progettato e costruito una scatola sonora.  Una struttura piuttosto articolata e su più piani fatta con pietre sovrapposte, che, pensandoci ora, ricordava nella sua configurazione quasi circolare, la fisionomia di Stonehange. L’obiettivo, se non ricordo male, era quello di catturare, isolare e amplificare i suoni che non percepivo a orecchio nudo ma che intuivo essere nascosti nell’aria, lì, da qualche parte, come i passettini rapidi degli insetti, I fagioli che avevo infilato nella terra e il loro sforzo per crescere, la vibrazione interna e residua alle pietre una volta battute fra di loro. Un giorno però mi cadde una merendina proprio al centro della scatola e, in breve, quello strumento musicale si trasformò in una sorta d’autogrill per formiche e io nel donatore di cibo. Imparai velocemente l’ebbrezza illusoria del potere (sfamare le masse!) e accantonai momentaneamente i motivi della mia ricerca (tutt’ora in atto) che si potrebbero sintetizzare con un koan zen : “Battendo le mani l’una contro l’altra si produce un suono. Qual è il suono di una mano sola?”

(fine prima parte)

andrea liberovici © 2013

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