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MACBETH: NOTE DI REGIA E NOTE SULLE NOTE

I perché di questo nuovo Macbeth sono numerosi. Mi limiterò ad  elencare quelli più strettamente personali che ci spingono, Sanguineti ed io, a  continuare per la terza volta (dopo ”Rap” e “Sonetto, un travestimento shakespeariano”) la fortunata collaborazione.  La mia ricerca parte dal presupposto che il Teatro è, per sua intima natura,  musica. Detto ciò ho sperimentato questa convinzione confezionando due  spettacoli sostanzialmente senza “storia” affidandomi alla potenza ed efficacia  del verso sanguinetiano, seguendo più le “ragioni” del suono, che non quelle  del “senso”. A questo punto del percorso ho sentito però l’esigenza di  applicare questa sorta di “tecnica” (che comprende l’uso dei nuovi mezzi  d’informatica musicale, spazializzazione del suono e quant’altro) al servizio di  una grande storia e forse una delle più, per così dire, musicali, del grande  Bardo, non per puro esercizio di stile, ma perché mi sembra che la visione,  più avanti esposta, dell’interpretazione del testo, possa portare un ulteriore  contributo alla lettura di un grande classico.

Macbeth è: ”…appena un’ombra, che cammina,” incastrata in una  scena e in un mondo che: ” …significa niente” . E’ paradossalmente l’unico  che cerca di mantenere un contatto con il senso comune, con i valori  malgrado il suo personale destino lo spinga in tutt’altra direzione. Macbeth è  anche l’unico (fino alla pazzia della Lady, che in qualche modo ci segnala una  sorta d’”umanità”) a vivere un conflitto, un conflitto assolutamente barbaro e  molto poco psicologico ma comunque un dubbio fra ciò che è bene e ciò che  non lo è. Per questa ragione Macbeth, nel nostro spettacolo, è l’unico personaggio a non parlare in musica ma a lottare con essa. Intorno a lui  infatti la musica, come magia, fato , evocazione continua del suono poetico,  con una partitura stretta fra deflagrazioni orchestrali, i suoni della natura e del  testo (il Macbeth è una delle opere di Shakespeare con il più alto numero di  “segnalazioni” di suoni di “musica concreta”: continui temporali, le civette  premonitrici, i duelli di spade, le urla dei bambini, le voci ecc.) e lo sprechgesang delle streghe e della Lady, diventerà contrappunto drammatico  (non è forse fra le altre cose, il Macbeth di Verdi la prima Opera in cui si  utilizza, appunto, una sorta di primo sprechgesang ?). Dalla musica Macbeth  sarà spinto e condotto alla tragedia rimanendo però fino alla fine uomo saldo  all’esile filo di una ragione parlata. Il suo essere e non essere in musica o più  precisamente, il suo essere incastrato in una musica che è il suo stesso  destino ne determinerà l’umanità. I due protagonisti, estremizzando al  massimo per capirci, di questo spettacolo, sono sostanzialmente due piani  linguistici dialoganti fra loro: la parola della ragione (Macbeth) e la musica
del destino (Lady, Streghe).

Andrea Liberovici