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MACBETH: UNA PIENA SREGOLATEZZA

Il punto di partenza per Sonetto, apprestato lo scorso anno con Andrea Liberovici, era già Shakespeare, da me tradotto, e variamente mescolato a sonetti da me composti. E ancora Shakespeare, non a caso, presiede (in congiunzione con Francesco Maria Piave, marginalmente collaborante con il suo libretto verdiano) a questo Macbeth Remix, che appartiene, per me, a quel genere di “travestimento” cui già ho sottoposto, musica o non musica, Ariosto, Goethe, Dante… Anche in questo caso, si procede ad una traduzione, piuttosto rigorosa, direi, della tragedia archetipica, o meglio di una serie di episodi e di lacerti, selezionati in progetto da Andrea, del quale ho deliberatamente rispettato, fatta eccezione per minime addizioni o minimi tagli, le scelte e, all’occasione, il piacere di conservare frammenti del testo originale.
E’ mia, invece, la responsabilità della provocatoria congiunzione tra quell’ingegnoso barbaro e quel melodrammatico adattatore, e il connubio, lievemente mostruoso in verità, tra Shakespeare e Piave, infine, non è spiaciuto affatto a Liberovici, che ne ha cavato quel profitto musicale che me ne attendevo. Non è inutile che lo spettatore sappia che questo prodotto della mia collaborazione con Liberovici, ad ogni buon conto, è ormai il terzo, in un giro strettissimo di tempi, e che in principio, fu uno spettacolo che aveva per titolo, tutt’altro che arbitrario, Rap , che già si avvantaggiava, come della collaborazione interpretativa di Ottavia Fusco, di una poetica di mixaggio e di montaggio tra livelli di scrittura (letteraria, musicale, scenica) tradizionalmente reputati, a torto, incompatibili.
Allargare al massimo l’orizzonte dei linguaggi, puntare sopra frizioni e choc , speculare sopra accoppiamenti di forme e di toni assolutamente non giudiziosi, è per me esercizio antico e preciso progetto di poetica. Il teatro, che è appunto, per eccellenza “travestimento”, mi pare che invochi siffatte manipolazioni, in vista di una piena sregolatezza inventiva, anarchicamente ben temperata. E questo vale per la parola, per il suono, per l’immagine, per il gesto. Del resto, si sa, Shakespeare insegna.

Edoardo Sanguineti